Gli esami di laboratorio e strumentali


Tomografia a emissione di positroni

Ecco un'altra tecnica radiologica nuova: già il nome fa paura, incute rispetto. Anche perché - siamo sempre lì - lo scopo è ancora quello di vedere come vanno le cose dentro di noi, nel corpo cioè. Sono i sistemi, le tecniche a cambiare. E col progresso tecnologico le diavolerie aumentano. Bisogna lasciar perdere? E perché dovremmo rinunciare a capire? Certo, ci vuole un po' di pazienza.

Prendiamo questa PET, per esempio.

La tomografla a emissione di positroni (Positron Emission Tomography, PET) utilizza nuclei che decadono emettendo un positrone, un elettrone con carica positiva. I positroni interagiscono rapidamente con gli elettroni circostanti e ciò provoca la loro trasformazione in due fotoni le cui traiettorie divergono di 180 gradi (ma diciamocelo, non sembra di stare un po' al poligono?).

Attorno c'è un sistema di rilevamento ad anello che circonda la fonte di positroni, rileva i due fotoni e riesce cosi a localizzare la fonte. Questi sistemi sono molto più sensibili delle camere utilizzate convenzionalmente in medicina nucleare, hanno una maggiore risoluzione spaziale e possono fornire dati quantitativi piuttosto che qualitativi circa la distribuzione del radiofarmaco nell'organismo.

I radionuclidi usati sono isotopi del carbonio, ossigeno e azoto che possono marcare la maggior parte delle sostanze organiche. La differenza, almeno per quanto la cardiologia, è che alcuni misurano quanto sangue arriva e circola nel miocardio, altri il metabolismo miocardio, la sua attività chimica.

Questi secondi possono individuare il miocardio ischemico ma ancora vitale e suscettibile di recupero dopo rivascolarizzazione con maggiore sensibilità rispetto a studi da sforzo. Inoltre, la PET è risultata utile nel selezionare le persone che traggono beneficio da interventi di rivascolarizzazione come l'angioplastica.