Ritmo circadiano della pressione arteriosa: "nondipping pattern" e rischio cardiovascolare

A cura di Paolo Cicconetti1, Carmen Donadio1, Maria Chiara Pazzaglia1, Ferdinando D'Ambrosio2, Vincenzo Marigliano1

Ritmo circadiano della pressione arteriosa
"Nondipping pattern" e danno d'organo
"Non dipping pattern" e rischio cardiovascolare
Bibliografia

Il monitoraggio ambulatoriale della pressione arteriosa (MAPA) consente di valutarne il ritmo circadiano: sia la pressione sistolica che diastolica, infatti, presentano valori notturni che tendono ad essere più bassi rispetto a quelli diurni. Tuttavia non sempre, anche negli ipertesi essenziali, i valori pressori notturni risultano inferiori a quelli diurni: vengono classificati come dippers coloro che hanno una riduzione notturna della pressione sistolica e diastolica ³10% e come nondippers coloro che presentano una riduzione notturna della pressione arteriosa <10%. Diversi studi hanno indagato la relazione tra ridotta o assente caduta pressoria notturna (“nondipping pattern”) e rischio cardiovascolare, evidenziando non solo un maggior danno agli organi bersaglio (cuore, cervello, rene), ma anche più frequenti eventi cardiovascolari (ictus, infarto del miocardio, ecc) e maggiore mortalità cardiovascolare nei soggetti nondippers, sia ipertesi che normotesi. Pertanto il “nondipping pattern” può essere considerato un fattore di rischio aggiuntivo in corso di ipertensione arteriosa, poiché si associa a maggior danno cardiovascolare. Il MAPA può rivelarsi un utile strumento nella valutazione iniziale del rischio cardiovascolare globale del paziente iperteso e un'adeguata terapia antiipertensiva dovrebbe mirare non solo a ridurre gli elevati valori pressori, ma anche a ristabilire il fisiologico calo notturno della pressione arteriosa.

Tratto da Recenti Progressi in Medicina, vol. 98, N. 7-8, Luglio-Agosto 2007, Il Pensiero Scientifico
Editore
, Roma

1Cattedra di Geriatria; 2Cattedra di Tecnologie Applicate, Università La Sapienza, Roma.

Ritmo circadiano della pressione arteriosa

L'ipertensione arteriosa, l'aumento cioè cronico e persistente dei valori pressori, è un'alterazione non di tipo qualitativo, come ogni classica malattia, ma quantitativo (1): rappresenta perciò un fattore di rischio poiché può provocare danno degli organi bersaglio (cuore, cervello, reni) e quindi favorire il verificarsi di eventi cardiovascolari.
Pertanto si è cercato di capire ed indagare quali siano i fattori che rendono più severo il fattore di rischio ipertensione, cioè più probabile nell'iperteso il danno d'organo (cardiaco, cerebrale, renale) e gli eventi cardiovascolari. Tra i vari fattori è acclarato che l'entità dell'aumento pressorio svolge il ruolo più importante: infatti, più elevati sono i valori della pressione arteriosa, più alta è la probabilità di eventi cardiovascolari (2), più si riducono i valori pressori negli ipertesi, più si riducono gli eventi cardiovascolari (3). Anche l'età rende l'ipertensione arteriosa più rischiosa, poiché gli eventi cardiovascolari si verificano
negli ipertesi anziani con una frequenza più che doppia rispetto agli adulti (4), probabilmente a causa della più frequente comorbilità (5).

L'avvento del monitoraggio ambulatoriale della pressione arteriosa delle 24 ore (MAPA) ha permesso di valutare l'andamento della pressione arteriosa diurna e notturna: sia la pressione sistolica che diastolica seguono un ritmo circadiano, con valori notturni che tendono ad essere più bassi rispetto a quelli diurni (6). È stato osservato che in alcune condizioni fisiopatologiche (disautonomia, ipertensione secondaria) il declino pressorio notturno risulta inferiore al normale o assente (“nondipping” pattern); anche alcuni pazienti con ipertensione essenziale non seguono il normale ritmo circadiano, ma hanno valori pressori notturni che non differiscono (o differiscono di poco) da quelli diurni (7). Questa distinzione ha permesso di classificare alcuni ipertesi come dippers (coloro che hanno una riduzione notturna della pressione sistolica e diastolica > 10%) e altri come nondippers (coloro che presentano una riduzione notturna della pressione arteriosa <10%) (8) (Figura 1). È stata avanzata l'ipotesi che i nondippers costituiscano un gruppo in cui il maggior carico pressorio notturno incrementa il rischio di danno d'organo e di complicazioni cardiovascolari, rispetto ai dippers (9). O'Brien, per primo, aveva segnalato una più alta frequenza di ictus nei nondippers (23,8%) rispetto ai dippers (2,9%) (9). Successivamente sono stati condotti altri studi per valutare se il “nondipping pattern” fosse associato a maggior danno a carico degli altri organi bersaglio dell'ipertensione arteriosa (cuore, reni), oltre che ad una maggiore frequenza di danno cerebrale, evidenziata anche da Shimada (10).