Prevenzione
della patologia cardiovascolare nel diabete: riflessioni
sui possibili meccanismi della ridotta efficacia dell'aspirina
A cura di Virgilio Evangelista1, Licia
Totani1, Serenella
Rotondo1, Roberto Lorenzet2, Gianni
Tognoni3, Giorgia De
Berardis3, Antonio Nicolucci3
1Laboratorio di Biologia e Farmacologia Vascolare; 2Unità di
Aterosclerosi e Trombosi “A. Taticchi”; 3Dipartimento
di Farmacologia Clinica e Epidemiologia Consorzio Mario Negri
Sud, S. Maria Imbaro (CH)
Introduzione
Le evidenze cliniche della minore efficacia dell'aspirina nei pazienti diabetici
Possibili meccanismi alla base dell'inefficacia farmacologica dell'aspirina
Statine
ACE-inibitori
Tiazolidinedioni
Conclusioni
Bibliografia
Le complicanze macrovascolari rappresentano la causa principale
di morbilità e mortalità nei pazienti con diabete
di tipo 2. L'aspirina riduce il rischio di eventi in
un ampio spettro di pazienti con patologie vascolari in prevenzione
secondaria e in alcuni sottogruppi in prevenzione primaria.
Tuttavia, sebbene raccomandata dalle linee-guida esistenti,
l'efficacia clinica dell'aspirina a basse dosi
nei pazienti con diabete sembra essere sostanzialmente inferiore
rispetto agli individui senza diabete, sia negli studi di
prevenzione primaria che secondaria. In questa review saranno
analizzati i possibili meccanismi alla base della ridotta
efficacia clinica dell'aspirina nel diabete. Sarà anche
discusso il ruolo di alcune classi di farmaci che potrebbero
interferire con i meccanismi patologici coinvolti in questa
condizione e che pertanto potrebbero migliorare l'efficacia
antitrombotica dell'aspirina nei pazienti con diabete.
Introduzione
L'associazione tra diabete e patologie cardiovascolari (CV) è ormai
nota. Le complicanze macrovascolari rappresentano infatti la causa principale
di morbilità e mortalità nei pazienti con diabete di tipo 2. In
aggiunta ai tradizionali fattori di rischio CV come la dislipidemia, l'obesità e
l'ipertensione che sono più comuni nei pazienti diabetici, le alterazioni
metaboliche che caratterizzano il diabete come l'iperglicemia, l'iperinsulinemia
e l'insulino-resistenza, i prodotti terminali di glicosilazione avanzata
(AGEs - Advanced Glycosilation Endproducts) e l'aumentato stress ossidativo
possono determinare disfunzioni a livello delle cellule endoteliali, delle piastrine,
e dei leucociti circolanti. Tutte queste disfunzioni contribuiscono alla patogenesi
della malattia vascolare nei pazienti diabetici (1), rendendo difficile la gestione
clinica delle sue complicanze. Infatti, mentre la correlazione tra complicanze
microvascolari e iperglicemia è stata chiaramente dimostrata, l'effetto
di uno stretto controllo metabolico sulle complicanze macrovascolari rimane ancora
da chiarire (2). I soggetti con glicemia a digiuno normale e elevata glicemia
dopo carico orale di glucosio (impaired glucose tolerance) presentano inoltre
un rischio doppio di eventi CV (3).
Strategie terapeutiche aggiuntive sono pertanto necessarie per combattere il
rischio CV nei pazienti con diversi stadi di alterazioni del metabolismo glucidico.
Le evidenze cliniche della minore efficacia dell'aspirina nei pazienti
diabetici
L'uso dell'aspirina a basse dosi nei pazienti diabetici è raccomandato
dalle linee-guida esistenti (4, 5), ma nonostante il consenso generale, le
evidenze a supporto di queste raccomandazioni sono sorprendentemente scarse.
La sola evidenza utilizzata a sostegno dell'efficacia dell'aspirina
nella prevenzione primaria degli eventi CV nei soggetti con diabete deriva
dal Physicians' Health Study, che mostra una riduzione del 60% nel rischio
di infarto del miocardio (6). Tuttavia, tale riduzione non era statisticamente
significativa a causa del limitato numero di eventi (11/275 nel gruppo trattato
con aspirina vs. 26/258 nel gruppo trattato con placebo; p = 0.22). I risultati
inoltre si riferiscono solo alla popolazione maschile, arruolata nei primi
anni ottanta, periodo in cui non erano disponibili altre terapie efficaci per
la prevenzioni delle patologie CV (i.e. ACE-inibitori, statine). Osservazioni
più recenti indicano che i soggetti affetti da diabete potrebbero rappresentare
un gruppo di pazienti in cui la percentuale di individui che non beneficiano
dell'effetto cardioprotettivo dell'aspirina è più ampia
che nei soggetti senza diabete. Infatti, i risultati di una meta-analisi sull'efficacia
della terapia antiaggregante nella prevenzione degli eventi CV maggiori hanno
mostrato un chiaro beneficio della terapia antiaggregante per l'intera
popolazione di oltre 140.000 soggetti (riduzione del 22% nel rischio degli
eventi cardiovascolari maggiori) ma nessun beneficio statisticamente significativo è stato
documentato nel sottogruppo di circa 5000 soggetti con diabete (riduzione del
rischio del 7%) (7). Inoltre, i risultati relativi all'aspirina nei soggetti
diabetici derivavano principalmente dallo studio ETDRS, il solo condotto in
modo specifico sulla popolazione diabetica. In questo studio, che includeva
3.711 pazienti con e senza pregressa patologia CV, il trattamento con una dose
giornaliera di 350 mg di aspirina per una durata media di 5 anni era associato
ad una riduzione non significativa del 9% degli eventi vascolari gravi (mortalità CV,
infarto del miocardio non fatale, ictus non fatale) (8). Più recentemente,
un'analisi dello studio PPP (Primary Prevention Project) (9) effettuata
su un sottogruppo di oltre 1.000 soggetti con diabete ha mostrato come l'aspirina
a basse dosi riduca solo marginalmente il rischio di eventi cardiovascolari
maggiori dopo 3 anni di follow-up (RR = 0,90; IC95% 0,50-1,62) (10). Questi
risultati suggeriscono fortemente una ridotta efficacia farmacologica dell'aspirina
nel diabete.
Il diabete è spesso associato ad altri fattori di rischio CV, come l'ipertensione
e l'ipercolesterolemia. È stato recentemente suggerito che l'aspirina
potrebbe essere meno efficace nei soggetti con pressione sistolica maggiore
di 145 mmHg (11). Per quanto riguarda l'ipercolesterolemia, è stato
dimostrato essere associata con una ridotta risposta delle piastrine all'azione
dell'aspirina (12). Una minore efficacia dell'aspirina in presenza
di elevati valori di colesterolo totale è stata inoltre descritta nel
Physicians' Health Study6 e nel Thrombosis Prevention Trial (11).
Possibili meccanismi alla base dell'inefficacia farmacologica dell'aspirina
L'evidenza di una ridotta efficacia farmacologica dell'aspirina,
in alcuni pazienti, ha portato ad ipotizzare l'esistenza del fenomeno
di “resistenza all'aspirina” (13-17).
Il reale significato clinico di questo fenomeno nella patologia CV rimane controverso
a causa della mancanza di definizioni standardizzate, di metodiche di rilevazione
specifiche e di studi clinici appropriati, così come rimangono ignoti
al momento attuale il o i meccanismi biologici che lo determinano.
Tuttavia, studi recenti indicano che l'aspirino resistenza, definita
sia come ridotta capacità di prevenire l'attivazione piastrinica
in test in vitro (16) sia come ridotta capacità di
inibire la sintesi di trombossano A2 (TxA2), il prodotto dell'enzima “target” dell'aspirina,
la cicloossigenasi-1 (COX-1), in vivo (15), possa identificare pazienti con
una maggiore probabilità di eventi CV, nonostante il trattamento con
aspirina.
La mancata efficacia dell'aspirina potrebbe dipendere da motivi esterni,
come la scarsa compliance o il dosaggio insufficiente. Tuttavia, la compliance è solitamente
molto controllata negli studi clinici, e alti dosaggi di aspirina sembrano
non essere più efficaci dei bassi dosaggi nei soggetti diabetici. Infatti
sono stati ottenuti risultati simili nello studio ETDRS, in cui è stato
utilizzato un dosaggio di 650 mg (8), e nello studio PPP che ha invece testato
basse dosi di aspirina (10). Di conseguenza, nel tentativo di comprendere i
meccanismi della ridotta efficacia del farmaco nei soggetti diabetici, appare
più ragionevole focalizzare l'attenzione sul suo meccanismo d'azione.
Due cause intrinseche al meccanismo d'azione dell'aspirina potrebbero
essere responsabili della riduzione dell'effetto farmacologico atteso:
- un
contesto trombogenico che porta alla formazione del trombo attraverso
meccanismi che non richiedono né l'amplificazione
dell'attivazione piastrinica, né la vasocostrizione
mediata da TxA2;
- l'incapacità dell'aspirina
di sopprimere adeguatamente la produzione di TxA2 a
causa del coinvolgimento
della COX-2 insensibile all'aspirina come fonte
addizionale di TxA2 o a causa di una ridotta
sensibilità di
isoforme della COX-1.
1. Determinanti del contesto trombogenico nella placca aterosclerotica
dei soggetti con diabete
Il ruolo della disfunzione endoteliale e la reazione infiammatoria
Gli
stimoli trombogenici sono generati dall'interfaccia
tra la parete vascolare danneggiata e il circolo sanguigno.
Il grado di disfunzione endoteliale e il processo infiammatorio
nella placca aterosclerotica rappresentano i determinanti
fondamentali di un equilibrio tra fattori pro- e antitrombotici
e possono, quindi, essere plausibilmente responsabili della
ridotta efficacia antitrombotica dell'aspirina.
La patologia macrovascolare diabetica è caratterizzata
da un'accelerata progressione dell'aterosclerosi
accompagnata da una maggiore incidenza di complicanze. Inoltre,
le componenti infiammatorie sembrano essere maggiormente
rappresentate nelle placche aterosclerotiche dei pazienti
diabetici rispetto ai soggetti non diabetici. La disfunzione
endoteliale e l'infiammazione possono giocare un ruolo
chiave nella fase iniziale e nella progressione della malattia
macrovascolare diabetica (1). Recentemente,
diversi studi hanno mostrato che livelli sistemici di markers
infiammatori,
possono predire il rischio cardiovascolare. Markers infiammatori
e citochine circolanti sono particolarmente elevati nei soggetti
diabetici e si sono dimostrati essere anche predittori dello
sviluppo di diabete, rafforzando il concetto che l'infiammazione
vascolare sub-clinica rappresenta una componente della condizione
pre-diabetica.
Diversi fattori specifici della condizione diabetica comprendenti
l'iperglicemia, l'iperinsulinemia e l'insulino-resistenza,
l'aumentato stress ossidativo e i prodotti di glicosilazione
avanzata (AGEs), possono indurre la disfunzione endoteliale
correlata al controllo alterato del tono vasale endotelio
dipendente o il fenotipo infiammatorio delle cellule endoteliali.
Infatti, in modelli diabetici animali e nell'uomo è stata
dimostrata una alterata vasodilatazione endotelio dipendente,
dovuta ad un rilascio ridotto dei fattori di rilasciamento
di derivazione endoteliale compreso l'ossido nitrico
(NO) e la prostaciclina (18).
Inoltre, evidenze sperimentali indicano che l'iperglicemia,
l'iperinsulinemia, l'aumentato stress ossidativo
e gli AGEs possono up-regolare direttamente una varietà di
reazioni infiammatorie umorali e cellulari (19),
che giocano un ruolo importante nell'aterotrombosi
(20).
Alla up-regolazione di marcatori di un fenotipo infiammatorio,
nei soggetti con
diabete, si accompagna un incremento dei fattori trombogenici
circolanti. Infatti, la funzione piastrinica è aumentata
e il bilancio tra fattori pro-coagulanti e pro-fibrinolitici è alterato
come conseguenza di aumentati livelli del fattore di von
Willebrand, dei fattori VII e VIII e dell'inibitore-1
dell'attivatore del plasminogeno (plasminogen activator
inhibitor-1, PAI-1), i leucociti sono attivati e rilasciano
aumentate quantità di radicali liberi (reactive
oxygen species – ROS), e microparticelle di membrana carriers
di attività procoagulante.
In pazienti con diabete, inoltre, è stata riportata
un'elevata espressione di Fattore Tissutale (TF), il
principale fattore d'innesco della coagulazione espresso
da monociti-macrofagi e delle cellule endoteliali. È plausibile
ipotizzare che, nel paziente diabetico, tutti questi fattori
concomitanti contribuiscano a creare un contesto trombogenico
scarsamente sensibile all'effetto antitrombotico dell'aspirina.
Il
ruolo delle piastrine
Le piastrine hanno un ruolo determinante nell'aterotrombosi,
e una ridotta risposta piastrinica, in vitro, all'effetto
anti-aggregante dell'aspirina è stata utilizzata
per definire il fenomeno dell'aspirino resistenza (16).
Da molti anni è noto che i livelli del metabolita
urinario del TxA2, indice di attivazione piastrinica
in vivo, sono particolarmente elevati nel diabete. Numerosi
studi
sperimentali, recentemente riesaminati da Vinik et al. (21),
indicano l'esistenza di anomalie funzionali nelle piastrine
di soggetti diabetici. In particolare, i primi lavori hanno
evidenziato una aumentata aggregabilità delle piastrine
di soggetti diabetici e la condizione di insulino resistenza
del diabete tipo-2 è stata proposta quale meccanismo
responsabile di aumentata risposta piastrinica. L'insulina
riduce la risposta piastrinica a differenti agonisti. Questo
effetto dell'insulina è annullato negli individui
obesi con e senza diabete di tipo 2, suggerendo che l'insulino
resistenza possa anche influenzare le piastrine determinando
una aumentata attivabilità. Questo suggerisce anche
che le alterazioni piastriniche possono essere differenti
nel diabete di tipo 1 e di tipo 2.
Non solo l'insulino resistenza ma anche l'iperlipidemia è associata
ad una aumentata risposta piastrinica in vitro e in vivo,
e pazienti con patologie CV, che mostrano una scarsa risposta
piastrinica all'aspirina nei test di aggregazione in
vitro, presentavano concentrazioni significativamente più alte
di colesterolo totale e LDL rispetto ai pazienti con una
buona sensibilità (12).
Recentemente Gum et al. (14) hanno analizzato
l'incidenza
dell'aspirino resistenza definita come ridotta sensibilità all'effetto
antiaggregante dell'aspirina, in una coorte di 325
pazienti con patologia CV stabile che assumevano aspirina
(325 mg/die). In questo gruppo di pazienti, il 5,5% erano
aspirino resistenti. Tuttavia, non vi era differenza nella
sensibilità all'aspirina tra le piastrine di
pazienti con e senza diabete. Più recentemente Watala
et al. (17), hanno riportato una ridotta
sensibilità all'aspirina
di piastrine di soggetti diabetici, rispetto a soggetti sani,
che correlava con il grado di controllo metabolico. Di conseguenza
un'alterazione del complesso “cross-talk” tra
gli elementi circolanti coinvolti nella formazione del trombo,
in particolare le piastrine e i leucociti, e la parete del
vaso, sembra essere il fattore che plausibilmente determina
la ridotta efficacia anti-trombotica dell'aspirina
nel diabete (Figura
1).
2. Inadeguata soppressione della produzione di TxA2
Meccanismi della sintesi di TxA2 aspirino insensibili
La
ridotta sensibilità all'aspirina potrebbe
coinvolgere anche la produzione di TxA2 tramite
meccanismi biosintetici insensibili all'azione dell'aspirina
(22). La COX-2, un enzima inducibile principalmente espresso
nei
monociti-macrofagi in seguito a stimolo infiammatorio, è il
candidato principale quale fonte di TxA2 insensibile
all'aspirina.
Monociti isolati da pazienti diabetici mostrano una aumentata
capacità di sintesi di TxA2 in seguito
a stimolazione ex vivo, ed è stato recentemente dimostrato
che alte concentrazioni di glucosio determinano in vitro,
nelle cellule
endoteliali, una aumentata espressione della COX-2, una ridotta
attivazione della NO sintetasi e alterazione della sintesi
dei prostanoidi in favore della TxA2 rispetto
alla PGI2.
Sebbene sia stata descritta l'espressione di COX-2
nelle piastrine, la rilevanza metabolica di questo enzima
rimane incerta. Nessun dato relativo all'espressione
della COX-2 nelle piastrine di soggetti con diabete è disponibile.
Riassumendo, le evidenze cliniche e sperimentali indicano
che, nei diabetici, probabilmente a causa della coesistenza
di fattori patogenetici tradizionali e specifici, la reazione
infiammatoria della placca aterosclerotica e delle cellule
circolanti, potrebbe creare un contesto locale trombogenico
in cui un blocco della COX-1 tramite l'aspirina non
modifichi in modo clinicamente rilevante la formazione del
trombo. Inoltre, un tale contesto infiammatorio potrebbe
contribuire alla sintesi di TxA2 insensibile all'azione
dell'aspirina (Figura
1).
È
pertanto plausibile ipotizzare che interventi farmacologici
capaci di modificare la condizione infiammatoria potrebbero
migliorare anche l'efficacia dell'aspirina.
Come
modificare il contesto infiammatorio
Le evidenze disponibili indicano che agendo sui fattori di
rischio come l'ipercolesterolemia, l'ipertensione
e l'insulino resistenza mediante l'uso di inibitori
della HMG-CoA reduttasi (statine), fibrati, ACE-inibitori,
beta-bloccanti e tiazolidinedioni (TZD), si ottiene un miglioramento
significativo dei marker dell'infiammazione e della
disfunzione endoteliale. Inoltre, recenti dati sperimentali
indicano che attraverso azioni pleiotropiche, indipendenti
dall'effetto sui targets tradizionali, alcune classi
di farmaci potrebbero anche agire direttamente sui meccanismi
dell'infiammazione, che sono implicati nella patogenesi,
progressione, e nelle complicanze dell'aterosclerosi
e del diabete.
In questa sede focalizzeremo la nostra attenzione sul ruolo
delle statine, degli ACE-inibitori e dei TZD. In effetti,
negli ultimi anni si è accumulata una notevole mole
di dati clinici e sperimentali a supporto di un effetto di
queste classi di farmaci su target multipli, riducendo in
questo modo gli eventi infiammatori a carico della parete
vascolare potenzialmente responsabili della ridotta efficacia
clinica dell'aspirina (23-25)
(Figura
2).
Statine
L'efficacia delle statine nella prevenzione primaria e secondaria delle
patologie coronariche è stata dimostrata in diversi studi clinici su
larga scala. Recenti evidenze suggeriscono che i benefici clinici ottenuti
con la terapia con statine potrebbero andare oltre il loro effetto sui livelli
di colesterolo e potrebbero coinvolgere un potenziale effetto antiifiammatorio.
I siti della rottura della placca sono spesso i siti della reazione infiammatoria.
In modelli sperimentali in primati la terapia con statine ha determinato una
riduzione significativa del numero di macrofagi, della quantità di interleuchina-1β
e del TF e dei livelli di VCAM-1 sull'endotelio delle lesione aterosclerotiche
(26). Riducendo la reazione infiammatoria nelle lesioni aterosclerotiche, il
trattamento
con statine potrebbe migliorare la stabilità di placca nell'uomo.
Studi sperimentali supportano il concetto che l'effetto antiinfiammatorio
delle statine sia mediato dall'inibizione delle funzioni infiammatorie-trombogeniche
nei leucociti e dal miglioramento della disfunzione endoteliale (23). In particolare,
le statine sono dei potenti inibitori dell'espressione e della funzione
delle molecole di adesione nei leucociti, riducendo in questo modo l'adesione
leucocitaria alle cellule endoteliali in vitro, e il reclutamento leucocitario
nei modelli animali. Le statine aumentano inoltre l'espressione dell'NO
sintasi endoteliale, e riducono l'espressione del TF nei monociti umani
e in cellule endoteliali in coltura. Gli effetti biochimici che sottendono
a questi effetti cellulari delle statine rimangono in gran parte sconosciuti.
L'inibizione della funzione di alcune proteine di segnale appartenenti
alla famiglia delle GTPasi monomeriche è stata chiamata in causa per
spiegare gli effetti inibitori delle statine sulla funzioni cellulari infiammatorie,
comprese: l'adesione leucocita-cellula endoteliale, l'espressione
dell'NO sintasi endoteliale, l'espressione del TF nei monociti
umani, e nelle cellule endoteliali in coltura.
Studi clinici hanno mostrato che le statine riducono gli eventi CV in individui
con diabete. Infatti, nei pazienti diabetici, allo stesso modo dei soggetti
senza diabete, l'efficacia delle statine sulla dislipidemia è affiancata
dagli effetti positivi sulla funzione vascolare e sui marker della risposta
infiammatoria (27), suggerendo che questi farmaci possono migliorare la risposta
vascolare nel contesto aterotrombotico del diabete. In conclusione l'azione
inibitoria delle statine su varie componenti patogenetiche della malattia vascolare,
ivi compresi gli effetti sulle componenti infiammatorie dell'aterosclerosi,
potrebbe ripristinare l'attesa risposta clinica all'aspirina nei
diabetici.
ACE-inibitori
Ci sono sempre più evidenze sull'efficacia degli ACE-inibitori
nella riduzione del rischio CV in soggetti con diabete. Studi sperimentali
su modelli animali e sull'uomo hanno dimostrato che l'inibizione
dell'ACE riduce in modo significativo la disfunzione endoteliale associata
all'aterosclerosi (28). Uno dei maggiori effetti negativi dell'attivazione
del recettore di tipo 1 dell'angiotensina II sulle cellule endoteliali
e sulle cellule della muscolatura liscia vascolare (vascular smooth muscle
cells – VSMC) è dato dall'aumento della formazione di specie
reattive dell'ossigeno. Un'alterazione del bilancio tra NO e specie
reattive dell'ossigeno è considerata un meccanismo patogenetico
importante mediato dall'angiotensina II (29). Inoltre,
l'angiotensina
II, il recettore AT1 e l'ACE sono espressi nei macrofagi della placca
aterosclerotica coronarica di pazienti con angina instabile e nelle cellule
endoteliali, nelle VSMC, e nelle cellule infiammatorie delle lesioni aterosclerotiche
carotidee, suggerendo un possibile ruolo dell'ACE nello sviluppo e nella
progressione dell'aterosclerosi. Infatti, l'angiotensina induce
la sintesi e il rilascio dell'IL-6, che si co-localizza con l'angiotensina
II, il recettore AT1, e l'ACE nei macrofagi della placca aterosclerotica
coronarica. In accordo con queste osservazioni è stato evidenziato che
il trattamento con ACE-inibitori riduce i livelli circolanti di “monocyte
chemoattractant protein-1” (MCP-1), una delle più importanti citochine
chemiotattiche per i monociti, e di TF in pazienti con pregresso infarto del
miocardio. Infatti, la sintesi di TF nei monociti e nelle cellule endoteliali
stimolata da endotossine o citochine infiammatorie è incrementata dall'angiotensina
II, e, di converso, inibita dagli inibitori competitivi del suo recettore AT1,
il che indica che l'inibizione dell'ACE può prevenire l'aumentata
trombogenicità mediata dal TF nel sito delle lesioni atrosclerotiche.
Studi su modelli animali supportano il ruolo del blocco dell'angiotensina
II nell'indurre la regressione o nel ridurre la progressione dell'aterosclerosi;
tuttavia, questo effetto potenziale degli ACE-inibitori non è stato
riscontrato in nodo consistente negli sudi clinici.
Tiazolidinedioni
Sebbene inizialmente identificati come importanti regolatori
dei processi metabolici negli adipociti e negli epatociti,
recenti dati sperimentali hanno stabilito che l'attivazione
dei Peroxisome Proliferator Activated Receptors (PPARs) da
parte di ligandi naturali può interrompere numerose
risposte infiammatorie nelle cellule endoteliali, nella VSMC,
nei monociti circolanti e nei macrofagi a livello del sito
della placca aterosclerotica (30). I PPARs rappresentano
il bersaglio molecolare dei tiazolidinedioni (TZD).
Il legame dei PPARs da parte dei TZD determina l'inibizione
della proliferazione e migrazione delle VSMC, un importante
evento della risposta vascolare al danno, in vitro e in vivo,
inibisce la produzione delle citochine infiammatorie da parte
dei monociti-macrofagi in vitro, e riduce l'espressione
delle molecole di adesione nelle cellule endoteliali in coltura
e l'adesione dei leucociti in vitro.
Il trattamento con troglitazone inoltre ha ridotto l'accumulo
di monociti-macrofagi nelle placche aterosclerotiche dei
topi mancanti dell'apoE e ha inibito lo sviluppo dell'aterosclerosi
nei topi mancanti del recettore delle LDL. Il troglitazone
ha dimostrato efficacia sullo sviluppo dell'aterosclerosi
nei conigli WHHL paragonato alla pravastatina; i due farmaci
inoltre hanno mostrato un effetto sinergico. Questi dati
ottenuti in modelli sperimentali sono stati recentemente
supportati da uno studio in pazienti con diabete di tipo
2 che mostra come il trattamento con TZD sia associato ad
una riduzione delle lesioni aterosclerotiche carotidee. Recentemente
gli effetti antiinfiammatori dei TZD sono stati ancora più avvalorati
dai dati che dimostrano che questi farmaci riducono numerosi
markers infiammatori nei pazienti diabetici. Il trattamento
con troglitazone ha ridotto del 60% i livelli circolanti
di proteina C-reattiva e il rosiglitazone ha ridotto in modo
significativo i livelli circolanti di proteina C-reattiva,
di metalloproteasi-9 (MMP-9) e di leucociti nei soggetti
con diabete di tipo 2. Nello stesso tipo di pazienti, sia
il rosiglitazone sia il troglitazone riducono significativamente
i livelli circolanti di CD40L, un importante mediatore pro-infiammatorio
che gioca un ruolo nello sviluppo dell'aterosclerosi.
I TZD, riducendo il complesso infiammatorio dell'aterosclerosi,
potrebbero migliorare la risposta clinica dei pazienti diabetici
all'aspirina.
Conclusioni
Sulla base delle evidenze disponibili è ragionevole
ipotizzare che:
- Una up-regolazione della reazione infiammatoria-trombogenica
vascolare è responsabile sia dell'aumentato
rischio cardiovascolare sia della ridotta efficacia dell'aspirina
nei soggetti diabetici.
- Diverse classi di farmaci, comprese
le statine, gli ACE-inibitori e I TZD, con effetti documentati
sullo stress
ossidativo
e sul metabolismo dell'ossido nitrico, sulla coagulazione,
sull'infiammazione e l'adesione delle cellule
immunitarie all'endotelio vascolare, possono ripristinare
l'efficacia antitrombotica dell'aspirina nei
soggetti diabetici.
Queste ipotesi devono essere verificate laboratorio e, più urgentemente
in studi clinici randomizzati. Questi ultimi dovrebbero,
in primo luogo verificare l'efficacia dell'aspirina
a basse dosi in popolazioni di soggetti diabetici di adeguate
dimensioni, con uno stretto controllo sul metabolismo glucidico
e dei fattori di rischio cardiovascolari. L'uso di
un disegno fattoriale che includa anche le statine, potrebbe
permettere di verificare l'ipotesi che l'efficacia
dell'aspirina possa essere migliorata mediante l'uso
concomitante di altri farmaci in grado di interferire con
quei meccanismi infiammatori, precedentemente discussi, i
quali potrebbero giocare un ruolo importante nel determinare
a livello della placca e nelle cellule circolanti il contesto
trombogenico insensibile all'aspirina.
I risultati di questi studi ci permetterebbero di fare enormi
passi avanti sulla conoscenza dell'efficacia delle
strategie esistenti per la prevenzione e il trattamento delle
complicanze cardiovascolari nei soggetti diabetici.
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Tratto da Ricerca & Pratica,
vol. 21, n. 2/2005, Il
Pensiero Scientifico Editore,
Roma
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