La diagnosi di ischemia miocardica nell'iperteso
Eugenio Picano, Attilio Palinkas
Istituto di Fisiologia Clinica, CNR, Pisa
Epidemiologia
Eziopatogenesi
Fisiopatologia generale
Diagnosi strumentale di coronaropatia nell'iperteso
L'algoritmo diagnostico nell'iperteso
Epidemiologia
La diagnosi di coronaropatia nell'iperteso è un problema importante per
il cardiologo clinico. Infatti, la coronaropatia è la causa più importante
di mortalità e morbilità nei pazienti ipertesi. La coronaropatia è da
due a tre volte più frequente nel paziente iperteso che nel normoteso
e, in una popolazione generale di pazienti con angina pectoris, una storia di
ipertensione è presente nel 60% dei pazienti (1).
Eziopatogenesi
La diagnosi della coronaropatia nell'iperteso è il principale bersaglio
dei test non-invasivi adoperati per la diagnosi di ischemia miocardia nell'iperteso.
Peraltro, l'ipertensione può provocare una riduzione della riserva coronarica
attraverso vari meccanismi non mutuamente esclusivi (2),
che sono rappresentati dalle stenosi dell'arteria coronarica epicardica, ipertrofia
ventricolare sinistra e microvasculopatia (figura 1).
La causa più comune di ridotta riserva coronarica è la presenza
di una stenosi coronarica organica: per mantenere un adeguato flusso miocardico è presente
una vasodilatazione già in condizioni di riposo. In questo caso l'aumento
della richiesta miocardica di ossigeno può essere soddisfatto fino all'esaurimento
della capacità vasodilatatoria residua, dopodiché compare l'ischemia.
L'ipertrofia ventricolare sinistra dell'iperteso è conseguenza sia dell'aumentata
tensione parietale, che rappresenta uno stimolo diretto alla proliferazione di
nuovi sarcomeri, sia all'attivazione neuroumorale con messa in circolo di sostanze
(catecolamine, aldosterone, angiotensina II) capaci di promuovere la sintesi
delle proteine contrattili. Il suo ruolo nel ridurre la riserva coronarica si
esplica attraverso due meccanismi principali (3):
la riduzione relativa del letto capillare, che ha uno sviluppo non proporzionato
rispetto a quello della massa miocardica, e l'aumento delle forze esterne, con
compressione degli strati sottoendocardici e conseguente redistribuzione del
flusso verso quelli sottoepicardici.
Il danno che l'ipertensione provoca sul microcircolo coronarico costituisce l'altra
modalità di riduzione della riserva coronarica. Esso può essere
anatomico, dovuto in parte all'ipertrofia della tunica media delle arteriole
di resistenza con riduzione dell'area di sezione delle stesse, o funzionale,
come risulta dall'alterata risposta vasodilatatoria endotelio-mediata (4).
Tutte e tre le vie patogenetiche - la stenosi coronarica epicardica, l'ipertrofia
ventricolare sinistra e la microvasculopatia - possono contribuire (da sole o
tra loro in varia associazione) ad indurre ischemia.
Fisiopatologia generale
In presenza di stenosi coronarica epicardica, si applicano anche nell'iperteso
i principi generali della "cascata ischemica" classica, nella quale i segni e
sintomi di ischemia miocardica - come ben documentato da studi sperimentali e
clinici - sono disposti secondo una gerarchia temporale ben definita, con i difetti
di perfusione che compaiono più precocemente (e per livelli di stenosi
più moderati) rispetto alle alterazioni della cinetica segmentaria (rilevabili
all'ecocardiogramma), alle alterazioni elettrocardiografiche e al dolore. Esiste
però un altro modello - figlio dell'osservazione clinica pragmatica e
tuttora senza modelli sperimentali convincenti - dove la presenza di riduzione
della riserva coronarica è associata ad arterie epicardiche normali in
presenza di ipertrofia ventricolare sinistra e/o microvasculopatia coronarica
(5). In questa cascata ischemica "alternativa" (rispetto
a quella classica trovata in presenza di coronaropatia), gli eventi ischemici
si collocano in una sequenza temporale diversa da quella classica: si possono
riscontrare le modificazioni elettrocardiografiche e il difetto di perfusione,
ma quasi mai l'alterazione di contrattilità parietale (figura
2).
La diagnosi strumentale di coronaropatia nell'iperteso
La complessità delle vie patogenetiche dell'ischemia nell'iperteso, quindi
la presenza di una cascata ischemica diagnostico-strumentale non monolitica,
spiega come l'identificazione dei pazienti ipertesi rappresenti tuttora una difficile
sfida diagnostica, sintetizzata dalle conclusioni di un editoriale - scritto
in era pre-stress ecocardiografica - in cui si sosteneva che "nessun test diagnostico
non invasivo ha dimostrato efficacia nel discriminare pazienti ipertesi con e
senza malattia coronarica" (6).
L'ECG da sforzo - e altre tecniche diagnostiche basate sul segnale elettrocardiografico,
come l'Holter - sono infatti gravate nell'iperteso da una bassa specificità,
con un numero esorbitante di ipertesi a coronarie normali che mostrano positività elettrocardiografica
- a volte anche marcata, grave ed estesa (7). In
pazienti ipertesi con test da sforzo elettrocardiograficamente positivo è quindi
necessario un test di conferma con tecnica di immagine. La scintigrafia perfusionale è però caratterizzata
- in pazienti ipertesi con positività dell'ECG da sforzo e con probabilità intermedia
di malattia coronarica, che rappresentano indicazioni appropriate al test di
stress imaging secondo le linee guida - da una specificità molto bassa,
inferiore al 50% (8,9). Spesso, in realtà,
le "bugie anatomiche" dell'ECG da sforzo e della scintigrafia da stress diventano "verità fisiologiche",
quando confrontate con standard alternativi all'anatomia come la riserva coronarica
e la funzione endoteliale che, a coronarie normali, sono più spesso alterate
quando i test elettrocardiografici e/o perfusionali risultano positivi (3-5).
Però, pragmaticamente, il clinico vuole identificare non-invasivamente
la stenosi coronarica epicardica, con un marker diagnostico che rimanga ad alta
specificità diagnostica anche nell'iperteso: l'ecostress risponde a questa
esigenza, poiché la specificità è elevata e comparabile
nell'iperteso e nel normoteso (7-9). Inoltre, la
sensibilità è elevata - quando si adoperino protocolli aggressivi
(9) - e la fattibilità (soprattutto con test
vasodilatatori) eccellente, con ottima capacità di stratificazione prognostica
(10).
L'algoritmo diagnostico nell'iperteso
Il test da sforzo - per le sue caratteristiche di accessibilità, semplicità,
economicità - rimane anche nell'iperteso il test diagnostico di primo
livello (5). Dal momento che un test da sforzo negativo
massimale è in grado di escludere con alta probabilità una coronaropatia
significativa e che, in termini prognostici, è associato ad una bassa
incidenza di eventi cardiaci, in tutto simile a quella rilevata in caso di eco-stress
negativo (10), esso deve costituire il primo approccio
diagnostico alla malattia coronarica anche nel paziente iperteso. L'esecuzione
dell'ecostress va riservata invece ai pazienti con risposta sottomassimale, dubbia
o
ischemica a carico medio-elevato al test da sforzo, oltre
che ai pazienti con elettrocardiogramma basale non interpretabile
(per blocco di branca sinistra, ritmo indotto da pacemaker,
ecc.) e, ovviamente, a coloro che non sono capaci di eseguire
uno sforzo fisico (figura 3). Un così semplice
algoritmo diagnostico è in grado di selezionare accuratamente i pazienti
da inviare ad indagine coronarografica, con possibili ripercussioni positive
in termini di costo-efficacia data l'ottimizzazione di impiego delle risorse
tecnologiche ed umane.
Bibliografia
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